I bambini percepiscono prima di chiunque altro quando qualcosa cambia in casa, hanno quel sesto senso e quella sensibilità che permette loro di individuare i problemi, anche se non lo manifestano né si sentono coinvolti (probabilmente come meccanismo di difesa, perché non hanno gli strumenti per farlo). Di fronte al dubbio diffuso se sia opportuno coinvolgere i nostri figli in qualsiasi tipo di problema, economico, emotivo, ecc. nella famiglia, la psicologa sanitaria generale e terapeuta accreditata FEATF Sara Flórez Montero ritiene, in linea di massima, che “sia opportuno parlare loro con chiarezza, calma e onestà, adattando però il linguaggio e il messaggio alla loro età”. Dopo oltre due decenni trascorsi ad accompagnare le famiglie, posso affermare che i bambini rilevano piccole variazioni di ogni tipo, per quanto noi cerchiamo di nasconderle o di occultarle. Percepiscono i cambiamenti nel tono di voce, nell’energia emotiva, nelle routine che vengono modificate… Anche se gli adulti cercano di proteggerli con il silenzio, loro colgono la tensione allo stesso modo. La differenza è che, senza una spiegazione adeguata, non hanno gli strumenti per interpretarla”. Ed è qui che noi adulti dobbiamo entrare in scena.
“Il silenzio non protegge i bambini, li disorienta”

La terapeuta familiare, con oltre 25 anni di esperienza professionale nel lavoro con le famiglie, fa riferimento alle prove scientifiche, affermando che “la ricerca conferma ciò che vediamo in consultazione. Gli studi sullo stress infantile mostrano che i minori reagiscono fisiologicamente all’angoscia non espressa dai loro caregiver.
L’UNICEF, d’altra parte, indica che oltre il 60% dei bambini percepisce tensioni familiari anche se nessuno gliele comunica, e quasi la metà sopravvaluta la gravità se non riceve informazioni chiare. Ricerche sul benessere infantile (Trianes et al., 2009, Università di Malaga) mostrano che la mancanza di un quadro esplicativo aumenta i sintomi di ansia, paura diffusa o senso di colpa. “In altre parole: il silenzio non protegge, disorienta”.
In questo contesto, Montero assicura che “ciò che protegge il minore non è l’assenza di problemi, ma la presenza di figure di riferimento prevedibili, accessibili ed emotivamente disponibili. Questa ‘base sicura’ attenua l’incertezza e facilita la regolazione emotiva, fornendo un quadro sicuro anche quando la famiglia attraversa difficoltà”.
“Il problema non è condividere informazioni, ma come le si condividono”
Da un punto di vista sistemico, l’esperta intende la famiglia “come un organismo interdipendente: ciò che riguarda uno ha ripercussioni su tutti. Informare i figli in modo adeguato ha effetti protettivi: riduce l’incertezza, rafforza la coesione e permette al bambino di capire che ci sono difficoltà, ma anche adulti in grado di gestirle. Il problema non è condividere, ma come si condivide”.
D’altra parte, “la pratica nella terapia familiare dimostra che quando la comunicazione diventa troppo dettagliata, carica di angoscia o trasmette un messaggio implicito che il bambino deve ‘essere forte’ o ‘aiutare’, compaiono fenomeni di parentificazione emotiva (inversione dei ruoli nella famiglia in cui un figlio assume responsabilità emotive o strumentali proprie di un adulto). Questo può generare senso di colpa, ipervigilanza e sovraccarico affettivo. Informare non significa delegare la responsabilità, significa accompagnare”, spiega la psicologa.
Come parlare con i figli quando ci sono problemi familiari?

Le prove scientifiche in tal senso, e secondo i riferimenti forniti dalla terapeuta intervistata, indicano che “è opportuno parlare con chiarezza, calma e onestà, adattando il messaggio all’età del bambino. Frasi come ‘Stiamo attraversando un momento difficile, ma continuiamo a prenderci cura di te e siamo al tuo fianco e abbiamo un piano per andare avanti’ trasmettono protezione senza allarmismo”.
Pertanto, “mantenere la coerenza tra i genitori, lasciare spazio alle domande e offrire una partecipazione simbolica (come collaborare nelle routine o prendersi cura dei propri effetti personali) rafforza il senso di appartenenza al sistema familiare senza trasferire responsabilità adulte che non spettano loro”, aggiunge l’esperta.
La ricerca scientifica e la pratica clinica concordano: informare i figli in modo adeguato ed emotivamente controllato è più protettivo che tenerli all’oscuro. “I bambini non hanno bisogno di conoscere ogni cifra o ogni dettaglio, ma hanno bisogno di un quadro comprensibile e sicuro che permetta loro di interpretare ciò che già percepiscono. L’obiettivo non è renderli responsabili, ma evitare che le loro ipotesi, spesso più minacciose della realtà, diventino la loro unica verità”.
In conclusione, Sara Flórez propone “una conversazione chiara, calma e umana, che trasformerà l’esperienza infantile delle difficoltà. I bambini non hanno bisogno di sapere tutto; hanno bisogno di sapere che non sono soli. I genitori non hanno bisogno di perfezione; hanno bisogno di presenza. Quando la famiglia si guarda, si ascolta e si accompagna, anche i momenti difficili diventano opportunità per rafforzare i legami e costruire una resilienza condivisa”.
