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Ci stiamo sviluppando troppo lentamente: perché il corpo umano non riesce a reggere la vita moderna

Una ricerca condotta da scienziati delle università di Zurigo e Loughborough descrive un profondo squilibrio tra il meccanismo biologico che abbiamo ereditato e la pressione costante dell’ambiente attuale. In termini semplici: l’evoluzione procede a velocità geologica, mentre la modernità viaggia a velocità vertiginosa.

La biologia del passato è sopraffatta dal presente

Questo studio, pubblicato su Biological Reviews, riprende una frase iconica di Edward O. Wilson che oggi sembra quasi profetica: “Abbiamo emozioni paleolitiche, istituzioni medievali e tecnologia divina”. Questo divario tra ciò che siamo e ciò che utilizziamo si è moltiplicato dall’esplosione dell’intelligenza artificiale, dai ritmi di lavoro accelerati e dal bombardamento costante di stimoli.

La chiave, spiegano i ricercatori, sta nel tipo di stress che subiamo. Nel corso della nostra storia evolutiva, il pericolo appariva in modo puntuale — l’attacco di un predatore, una minaccia diretta — e scompariva subito dopo. Il corpo reagiva, si attivava e poi tornava alla calma.

Oggi accade esattamente il contrario: il “predatore” non se ne va mai. Ingorghi, rumore urbano, scadenze lavorative, notifiche costanti… L’organismo attiva gli stessi meccanismi di sopravvivenza che prima ci salvavano la vita, ma lo fa in modo continuo e senza sosta.

Il leone non appare più… ma non smette di ruggire

Il dottor Colin Shaw lo riassume con una metafora rivelatrice: se prima il leone veniva e se ne andava, oggi ruggisce 24 ore su 24. Il nostro organismo, incapace di distinguere tra una mail urgente e un pericolo reale, rilascia ormoni dello stress in modo cronico.

Questa tensione permanente altera funzioni essenziali:

  • Il sistema immunitario diventa iperreattivo, aumentando le allergie e le malattie autoimmuni.
  • Il numero di spermatozoi diminuisce, così come la fertilità.
  • Le prestazioni cognitive si riducono prima.
  • La forza e la resistenza fisica diminuiscono.

Sono segnali che l’adattamento evolutivo non ci protegge più: ci sta frenando.

L’evoluzione può raggiungerci? Non in tempo

Con il 45% della popolazione mondiale che vive nelle città — e in procinto di raggiungere il 66% nel 2050 — lo squilibrio non farà che aumentare. L’evoluzione non può generare mutazioni utili in pochi decenni; le società, invece, possono trasformarsi in pochi anni.

Ecco perché i ricercatori insistono sul fatto che la soluzione non verrà dalla biologia, ma da decisioni consapevoli: riprogettare le nostre città, capire quali stimoli fanno aumentare la nostra pressione sanguigna, riconnettersi con gli ambienti naturali e sviluppare politiche sanitarie che mitigano uno stress che il nostro corpo non ha mai imparato a gestire.

In un certo senso, continuiamo ad essere esseri umani paleolitici che vivono all’interno di un acceleratore tecnologico. E finché non risolveremo questo paradosso, la biologia ne pagherà il prezzo.

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